Le verità

“Tutte le verità passano attraverso tre stadi:
– vengono ridicolizzate;
– vengono violentemente contestate;
– vengono accettate dandole come evidenti.”

(Arthur Schopenhauer)

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Ma fate molta attenzione a chi “se la canta e se la suona” e che, in questo contesto, per affermare se stesso, fa ricorso a ignobili tecniche persuasive “vendendosi” come povera vittima!
Diffidate della falsa conoscenza, è molto peggiore dell’ignoranza!
Il lupo si veste da agnello, cosa avviene dopo lo sapete…
Usiamo la testa, non facciamocela usare, da nessuno!

Biagio Russo

 

Delusione, illusione o inganno?

“Delusione” deriva dal verbo latino “deludĕre”, cioè “prendersi gioco”; da “ludus” (gioco).
Si rimane delusi quando sono venute meno delle aspettative, sia riferite a eventi che a persone: “Facevo molto affidamento su di te, ma mi hai deluso!”
Spesso la delusione viaggia a braccetto con l’illusione o l’inganno, ma in verità sono eventi causa che determinano il sentimento di quell’emozione, la delusione, che ne è una conseguenza e può essere più o meno intensa: essere delusi, essere profondamente delusi, ecc.
Ciò premesso, sappi che:
le persone non ci deludono, siamo noi che le sopravvalutiamo, loro sono quello che sono sempre state, eravamo noi che avevamo bisogno di vederle superiori.

Non affidarti agli altri, conta su te stesso, abbi fiducia nella tua forza, si te stesso, sempre.
Non permettere a qualcuno di dirti cosa devi pensare, non mettere la tua mente nelle mani di altri.
Non smettere mai di imparare.
Non crearti aspettative, immagina i tuoi desideri come se fossero già e lascia che tutto scorra.
Ricorda…
Nessuno può sentirsi superiore agli altri, tu sei unico!

© Biagio Russo, liberamente ispirato dai libri Schiavi degli Dei e Uomini e Dei della Terra – 2010/2016 Ed. Drakon edizioni.

Due strade trovai nel bosco

Ci teniamo tutti a essere accettati, ma…
dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri,
anche se ad altri sembrano strani e inverosimili,
anche se il gregge può dire: “Dici baaalle!”
Come disse Frost:
“Due strade trovai nel bosco…
io scelsi quella meno battuta
ed è per questo che sono diverso…”

 

Tutte le cose sono state già dette

Io non ho mai aspirato “ai” libri, aspiro “al” libro.
Scrivo perché credo in “una” verità da dire.
Se e quando torno a scrivere
non è perché mi accorga di “altre” verità che si possono aggiungere,
e dire “in più”, dire “inoltre”,
ma perché sento qualcosa che continua a mutare nella verità.
Quel “qualcosa” esige che non si smetta mai di ricominciare a dirla.
Tutte le cose sono state già dette;
affinché l’ascolto “attecchisca” e “il seme germogli”,
occorre sempre ricominciare.

Le persone sensibili

Le persone sensibili sentono il doppio, sentono prima…
Perché, esattamente un passo avanti al loro corpo, cammina la loro anima.

Il problema della persone sensibili è che lasciano il loro cuore ovunque…
Anche dove non serve.

Le persone sensibili notano tutto ciò che gli succede intorno. Potrebbero evitare di parlarne, ma sono a conoscenza di ogni dettaglio in una stanza, in un bosco o altrove. È tutto racchiuso nei dettagli. Le persone sensibili sono forti perché conoscono tutto ciò che la circonda.

Le persone sensibili sono chiamate ad assolvere un compito nella loro vita e ne sono consapevoli fin dalla più tenera età. Esse andranno contro corrente, se necessario, usando tutte le forze in loro potere per portarti verso il lato luminoso della vita.

Le persone sensibili hanno una forte capacità di sentire la tua energia e le tue emozioni.
Se vuoi ingannarle, stai sbagliando.
Se vuoi parlare alle loro spalle, stai facendo un grosso errore.
Se stai pensando di usare la loro sensibilità per uno dei tuoi fini o scopi loschi, stai proprio commettendo un grande errore. Apparentemente  ti lasciano fare, ti sembreranno ingenue e gestibili secondo la tua utilità, ma abbi sempre in mente che queste persone sono speciali e la maggior parte di loro sono persone molto positive e pacifiche.
Nonostante sappiano già cosa stai facendo alle loro spalle, il buon karma è sempre dalla loro parte e quando ti arriverà il conto, per te sarà troppo tardi.

Essere persone sensibili  non vuol dire essere delle persone stupide. Possono darti il loro cuore, ma allo stesso modo sanno riprendersi il bene che ti stanno facendo.

Occhio a ferire le persone sensibili, loro non portano rancore, fanno in modo che non esisti più!

elab. grafica: Giulia Giammona

BA’AL – Signore o BELZEBU’ – Demonio?

Assai diffuso tra i Fenici, era usuale anche tra gli Israeliti dell’epoca dei Giudici e in quella dei primi Re, come dimostrano molti nomi composti con Ba’al.

“Ba’al” significa anche “sposo”. Però il culto del “Ba’al del cielo”, venerato dai Cananei come il loro dio principale, e quello specialmente del Ba’al di Tiro (Melkart), rappresentò, dall’epoca di Elia, un grande pericolo per la purezza della fede di Iahweh, provocando la veemente condanna dei profeti, tanto ché  l’uso di tale espressione, di per sé indifferente, fu bandito.

Il dio Ba’al

Per inciso,  il nome Ba’al ZəbûlIl signore della Soglia (dell’Aldilà), nella Bibbia viene nominato spesso spregiativamente, con un gioco di parole, come Ba’ al Zebub, “Il signore delle mosche”.
La variante Baalzebul del nome Ba’al è in effetti ampiamente attestata nella letteratura antica, ivi compreso il testo greco del Vangelo (Matteo, 10:25, 12:24-27 ecc.), e in Lingua ugaritica è attestato con l’espressione zbl b’l il cui significato è “signore della terra”.
Da Ba’al Zəbûl, a Belzebù il passo è breve.
Divinità ormai messa all’indice a favore del monoteismo ebraico, con il nome biblico Ba’ al Zebub (Belzebù in italiano) è entrato nella cultura cristiano-occidentale ed islamica come entità diabolica suprema: Beelzebub, uno dei “sette prìncipi dell’Inferno”.
È spesso identificato dalla tradizione cristiana con Satana, ma, in verità, i documenti storici ci dicono che in origine non era così.
Ba’al, sincretisticamente, proviene dal semitico Hadad, a sua volta proveniente dall’accadico Adad, la cui fonte primaria originaria è il sumero Ishkur, il dio degli uragani, tempeste, tuoni e pioggia.

Dingir Ishkur

Considerato tra le divinità principali del pantheon, della sua doppia valenza degli aspetti propri del dio, cioè la tempesta distruttrice e la pioggia fertile, è fatta citazione nel poema Atrahasis e nell’Epopea di Gilgamesh.

Hadad

 

“Quando gli Dei crearono l’uomo” il Docu-film con Biagio Russo

In uscita da Martedì 5 Febbraio “Quando gli dei crearono l’uomo”.

Il docu-film di Lorenzo Andreaggi che vede la presenza di Biagio Russo, Enrico Baccarini, Fabio Borghini, Mauro Biglino, Patrizia Tasselli, Roberto Pinotti.

  • L’uomo è veramente frutto di una lenta e continua evoluzione come sosteneva Darwin?
  • Il rapporto d’amore esistito tra il Dio onnipotente e l’uomo è realmente quello riportato nelle Sacre Scritture?
  • Cosa vuol dire letteralmente Anunnaki, o meglio la sua effettiva origine sumera A.NUN.NA?
  • Nel corso dei millenni, la Terra può essere stata visitata più volte da esseri provenienti da altri mondi?
  • Siamo, sulla linea del tempo, solo l’ultima civiltà nata dal pianeta Terra?

La teoria degli antichi astronauti finalmente raccontata in un intrigante docu-film, unico nel suo genere, che mette in discussione molte delle certezze ormai acquisite e ritenute indiscutibili dalla nostra tradizione culturale e religiosa.

Realizzato grazie all’apporto delle conoscenze sul tema acquisite dai più importanti studiosi e affermati ricercatori italiani, ciascuno per le proprie specifiche competenze.

Seguimi nel gruppo   

Il cafone

“Il termine “cafone” ha una origine etimologica incerta”, così recita il blasonato vocabolario Treccani, tuttavia, se si indaga, si scopre che le cose non stanno proprio così.
Già nell’antichità precedente l’Alto Medioevo, i borghi, costituiti dalla cosiddetta “gente civilizzata”, erano circondati da mura, da fossati pieni di acqua e non si poteva accedere ad essi se non attraverso i severi controlli delle guardie poste davanti ai ponti levatoi. Fuori da tutto ciò c’erano i poveri disgraziati, i contadini, i diseredati, i morti di fame nel vero senso della parola. La loro disperazione era altissima, specialmente perché avevano una gran fame! Costoro, per dare soluzione ai loro primari bisogni di esseri umani, avevano una sola strada “ufficiale”: presentarsi al Corpo di Guardia che presidiava l’accesso al borgo quando il ponte levatoio era percorribile.
Ma quella strada, lo sapevano, non avrebbe mai e poi mai permesso l’ingresso a quel luogo “di sopravvivenza”.
Ecco che quei poveracci escogitarono una strategia che gli permettesse di “bypassare” quell’ostacolo: scavalcare i muri di cinta ed accedere “clandestinamente” al borgo.
Come fu possibile?
Si procurarono delle lunghe corde provviste all’estremità da arpioni resistenti; queste venivano lanciate sulla cima della cinta e, tramite di esse, inerpicandosi su per le mura, quegli uomini e quelle donne raggiungevano la sua sommità entrando in quel che per loro rappresentava, figurativamente, il Giardino dell’Eden.
Per tutto ciò, quella gente, umani come noi e degni di rispetto e considerazione come qualunque essere umano, fu “battezzata” QUELLI CON LA FUNE, cioè “chill’ ca’ fune”.
Da qui a CAFUNE, CAFUNI, CAFONI.. il passo è brevissimo!
Questa è Storia… purtroppo conosciuta da pochi.

 

La magia a Babilonia (III e ultima parte)

In conformità con un’altra “legge”, altrettanto fondamentale nel campo dell’Esorcismo e secondo cui la ripetizione delle parole e degli atti rafforza la loro efficacia, il malato, “sputando” sulle briciole cadute nel corso del frizionamento e raccolte con cura (v. articolo precedente: “La magia a Babilonia (parte II)), trasmette loro in pari misura la malattia di cui soffre. L’operazione si compie al di fuori dello spazio socializzato, in piena steppa (EDIN in sumerico), sì che il male venga con maggior sicurezza tenuto lontano, non solo dal paziente, ma anche dagli altri uomini. Essa si volge nei pressi di un arbusto che germoglia soltanto nel deserto e a cui si attribuiva una virtù purificatrice. Vi si lasci il pane, ormai portatore del maleficio, e le bestiole selvatiche che verranno a divorarlo, spinte dalle divinità locali, faranno in questo modo entrare nel proprio corpo, portandola via insieme con sé, la malattia tolta al paziente. Ecco dunque l’espediente con cui gli dei, invocati alla fine, devono “guarire” il malato.
Nella medicina esorcistica soltanto le divinità agivano: l’esorcista non faceva che implorarle, mettendo in pratica un rituale tradizionale e ritenuto in grado di influenzare gli dei con un maggior grado di sicurezza. Finzioni, miti, “forze” incontrollabili; si trattava dunque di una terapeutica propriamente irrazionale. Nella medicina empirica l’operatore era il medico in persona, che esaminava il malato e decideva in merito al trattamento da applicare, che lui stesso aveva cura di preparare, scegliendo gli elementi da manipolare e i “semplici” per le loro proprietà naturali, che contribuivano a rallentare o ad arrestare l’azione o il progredire della malattia. Cause ed effetti erano dunque in un rapporto proporzionale e allo stesso livello: si trattava di una terapia razionale.

Nel campo dell’esorcismo, alcune malattie venivano definite correntemente non con termini popri, o con delle specie di descrizioni, del tipo “piaga con fuoriuscita di materia”, ma ricorrendo a nomi di divinità, di demoni o di altri agenti del mondo soprannaturale del male, che li avrebbero fatti scatenare. Gli esorcisti, all’origine di simili finzioni esplicative dello stato del paziente, dovevano prenderle alla lettera e senza dubbio ne tenevano il dovuto conto per la scelta del trattamento soprannaturale da applicare. È probabile che esse non fossero altro che designazioni di stati morbosi o di sindromi più o meno definite; per esempio, con “l’intervento di uno spetto” sembra venisse correntemente definito uno stato patologico relativo piuttosto a ciò che noi definiremmo “i nervi” o “lo psichismo”, anziché all’organismo propriamente detto.

 

Con alle spalle un numero considerevole di errori di copiatura, debitamente distribuiti nel tempo, la storia di un così complesso compendio di attività mediche tradizionali e magiche, in cui sono intervenuta diverse mani nell’arco di tanti secoli, ci sfugge.
Stesso motivo per cui, in altre occasioni, ho esplicitamente palesato la strumentalizzazione, se non l’inutilità, di tradurre capitoli o versi dell’Antico Testamento risalenti al 1008 d.C. quando, invece, ne esistono altri ancor più antichi (argomento trattato nel mio “Uomini e Dei della Terra”). Dicevamo, se potessimo ricostruire quell’attività medica tradizionale/magica, senza dubbio essa ci illuminerebbe sul motivo per cui delle tavolette del contenuto manifestamente derivante dall’ambito esorcistico abbiano fatto da cappello ad un’opera di natura medica. Quali siano state le circostanze che hanno presieduto a una simile aggiunta è, probabilmente, l’intento di fornire una visione delle due medicine spesso in qualche forma alleate tra loro.
Quanto ai nostri giorni, se considerassimo per un attimo da un lato il persistere del sentimento religioso e della fede in un mondo soprannaturale e dall’altro, in direzione diametralmente opposta, il successo riscosso da metodi di cura deliberatamente irrazionali, se non addirittura stravaganti sino al ridicolo, ebbene, si potrebbe forse affermare che, in fondo…
Dai tempi dell’antica Babilonia le cose non sono molto cambiate.

 

(cit. J. Bottéro, B. Russo)
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La magia a Babilonia (parte II)

Fu elaborata – allo stesso modo in tutti i vari settori della tecnica, ivi compresa la medicina empirica – una enorme quantità di ricette adatte – si credeva – a scacciare i “demoni”, a difendersi contro le loro aggressioni, ad evitare i mali che quelli avevano inoculato nelle loro sfortunate vittime. Ed è dunque a questo appello nella lotta contro il male, in cui l’attività capricciosa delle “forze soprannaturali” veniva direttamente affrontata dall’efficacia dell’azione o della parola delle vittime, che bisognava riservare il nome di Magia.
In quanto tale, la Magia non ha praticamente attestazioni nel nostro enorme dossier: in un epoca che ci è difficile stabilire con certezza – al più tardi, sembra, a partire dall’alto III millennio – essa era stata accolta con atteggiamento del tutto diverso, decisamente religioso e “teocentrico”.
I castighi erano i mali e le sventure che i “demoni” non infliggevano, come nella visione “magica” delle cose, a proprio piacimento, bensì su ordine degli dei, di cui essi erano divenuti esecutori nel campo delle sanzioni.

La tecnica della Magia primaria contro le “forze del male” era conservata e sempre costituita dalle stesse parole e dagli stessi gesti: riti orali e riti manuali, nel passato pensati per agire immediatamente sui “demoni” ostili, ma ormai incorporati nel culto sacro, di cui formavano la parte che potremmo dire “sacramentale”.
Con delle cerimonie che talvolta raggiungevano le dimensioni di solenni liturgie e di cui ci è rimasta una sorprendente quantità di rituali, si chiedeva ai sovrani del Mondo di ordinare ai “demoni” e alle forze del male di non accostarsi agli imploranti, ovvero di ritirarsi portando con sé i mali con cui li avevano oppressi. È ciò che impropriamente si definisce “Esorcismo”. Esso si basava su di un vero e proprio sistema di pensiero, mitologico e teologico, di dipendenza dagli dei e di ricorso al loro potere. Lo specialista era un “chierico”: l’esorcista. In accadico veniva denominato âshipu, qualcosa come “scongiuratore” (dei mali), o “purificatore” (dalle contaminazioni cui si imputava l’origine dell’irruzione dei suddetti mali).
Vediamo come l’esorcista si adoperava.

– Da principio, al fine di impietosire gli dei, descriveva le condizioni in cui versava il malato, abbandonato dal suo dio-protettore ch’egli aveva offeso:
“Il suo corpo è preda dell’infezione: ha le braccia e le gambe paralizzate […]; il petto è spossato dagli accessi di tosse; la bocca è piena di muchi, ed eccolo muto, depresso e prostrato!
– Poi, per sottolineare l’origine soprannaturale del rimedio e garantirne l’efficacia, rimarca che durante l’applicazione egli non farà altro che agire in nome dei divini grandi maestri dell’Esorcismo Ea e Marduk.
– Eroga il trattamento in veste di istruzioni impartite da Ea e Marduk, di cui l’esorcista dovrà ricoprire il ruolo.

Ecco un esempio di formula recitata:
“Ecco dunque cosa sarà necessario compiere per guarirlo: dovrai prendere sette pani di farina integrale ed unirli con un legaccio di bronzo. Poi ne strofinerai l’uomo e lo farai sputare sui pezzetti che ne cadranno, pronunciando su di lui una “Formula dell’Eridu”, il tutto dopo averlo condotto nella steppa, in un luogo appartato, ai piedi di un’acacia selvatica. Quindi rivelerai il male che l’ha colpito [sotto le specie della massa di pane con cui sarà stato strofinato e delle briciole cadute durante la frizione] a Nin-edinna (la dea patrona della steppa*), affinché Nin-kilim, il dio patrono dei piccoli roditori selvatici [che si aggirano della stessa steppa] faccia prendere a questi ultimi la malattia [dando loro da rosicchiare i resti commestibili di cui s’è detto prima.

Seguita dall’invocazione finale a conclusione dell’esorcismo:
“Che Gula, la divina guaritrice, capace di rendere la vita ai moribondi, la ristabilisca grazio al tocco della mano! E tu, compassionevole Marduk, affinché costui sia completamente liberato da ogni pericolo, pronuncia la Formula che lo solleverà dalla sua pena!”

Non si tratta dunque di un procedimento lasciato all’iniziativa di colui che opera, come invece era nel caso del medico, ma di un rituale vero e proprio, già stabilito in precedenza, in cui l’esorcista non ha altro compito che quello di eseguire un cerimoniale che è di per se stesso efficace.

(continua)

(cit. J. Bottéro, B. Russo)
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* Steppa in sumerico è EDIN.

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