La magia a Babilonia (parte II)

Fu elaborata – allo stesso modo in tutti i vari settori della tecnica, ivi compresa la medicina empirica – una enorme quantità di ricette adatte – si credeva – a scacciare i “demoni”, a difendersi contro le loro aggressioni, ad evitare i mali che quelli avevano inoculato nelle loro sfortunate vittime. Ed è dunque a questo appello nella lotta contro il male, in cui l’attività capricciosa delle “forze soprannaturali” veniva direttamente affrontata dall’efficacia dell’azione o della parola delle vittime, che bisognava riservare il nome di Magia.
In quanto tale, la Magia non ha praticamente attestazioni nel nostro enorme dossier: in un epoca che ci è difficile stabilire con certezza – al più tardi, sembra, a partire dall’alto III millennio – essa era stata accolta con atteggiamento del tutto diverso, decisamente religioso e “teocentrico”.
I castighi erano i mali e le sventure che i “demoni” non infliggevano, come nella visione “magica” delle cose, a proprio piacimento, bensì su ordine degli dei, di cui essi erano divenuti esecutori nel campo delle sanzioni.

La tecnica della Magia primaria contro le “forze del male” era conservata e sempre costituita dalle stesse parole e dagli stessi gesti: riti orali e riti manuali, nel passato pensati per agire immediatamente sui “demoni” ostili, ma ormai incorporati nel culto sacro, di cui formavano la parte che potremmo dire “sacramentale”.
Con delle cerimonie che talvolta raggiungevano le dimensioni di solenni liturgie e di cui ci è rimasta una sorprendente quantità di rituali, si chiedeva ai sovrani del Mondo di ordinare ai “demoni” e alle forze del male di non accostarsi agli imploranti, ovvero di ritirarsi portando con sé i mali con cui li avevano oppressi. È ciò che impropriamente si definisce “Esorcismo”. Esso si basava su di un vero e proprio sistema di pensiero, mitologico e teologico, di dipendenza dagli dei e di ricorso al loro potere. Lo specialista era un “chierico”: l’esorcista. In accadico veniva denominato âshipu, qualcosa come “scongiuratore” (dei mali), o “purificatore” (dalle contaminazioni cui si imputava l’origine dell’irruzione dei suddetti mali).
Vediamo come l’esorcista si adoperava.

– Da principio, al fine di impietosire gli dei, descriveva le condizioni in cui versava il malato, abbandonato dal suo dio-protettore ch’egli aveva offeso:
“Il suo corpo è preda dell’infezione: ha le braccia e le gambe paralizzate […]; il petto è spossato dagli accessi di tosse; la bocca è piena di muchi, ed eccolo muto, depresso e prostrato!
– Poi, per sottolineare l’origine soprannaturale del rimedio e garantirne l’efficacia, rimarca che durante l’applicazione egli non farà altro che agire in nome dei divini grandi maestri dell’Esorcismo Ea e Marduk.
– Eroga il trattamento in veste di istruzioni impartite da Ea e Marduk, di cui l’esorcista dovrà ricoprire il ruolo.

Ecco un esempio di formula recitata:
“Ecco dunque cosa sarà necessario compiere per guarirlo: dovrai prendere sette pani di farina integrale ed unirli con un legaccio di bronzo. Poi ne strofinerai l’uomo e lo farai sputare sui pezzetti che ne cadranno, pronunciando su di lui una “Formula dell’Eridu”, il tutto dopo averlo condotto nella steppa, in un luogo appartato, ai piedi di un’acacia selvatica. Quindi rivelerai il male che l’ha colpito [sotto le specie della massa di pane con cui sarà stato strofinato e delle briciole cadute durante la frizione] a Nin-edinna (la dea patrona della steppa*), affinché Nin-kilim, il dio patrono dei piccoli roditori selvatici [che si aggirano della stessa steppa] faccia prendere a questi ultimi la malattia [dando loro da rosicchiare i resti commestibili di cui s’è detto prima.

Seguita dall’invocazione finale a conclusione dell’esorcismo:
“Che Gula, la divina guaritrice, capace di rendere la vita ai moribondi, la ristabilisca grazio al tocco della mano! E tu, compassionevole Marduk, affinché costui sia completamente liberato da ogni pericolo, pronuncia la Formula che lo solleverà dalla sua pena!”

Non si tratta dunque di un procedimento lasciato all’iniziativa di colui che opera, come invece era nel caso del medico, ma di un rituale vero e proprio, già stabilito in precedenza, in cui l’esorcista non ha altro compito che quello di eseguire un cerimoniale che è di per se stesso efficace.

(continua)

(cit. J. Bottéro, B. Russo)
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* Steppa in sumerico è EDIN.

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