Il sigillo “Cilindro della Tentazione”

Per Adamo ed Eva, e per tutto quello che a loro è riconducibile, si è fatto spesso riferimento al cosiddetto “cilindro della tentazione”, oggi conservato presso il British Museum.


Di tale reperto si è detto ripetutamente, ma con troppa superficialità, che si tratta di un “documento scritto” con incisa la vicenda originaria del “peccato originale” e che abbia paternità sumera.

Si tratta, però, solo di un semplice stampo proveniente da un antico cilindro privo di qualsivoglia striscia di scrittura che ci aiuti a comprenderne l’autentico significato. Questo cilindro, risalente al periodo babilonese del III millennio a.C., disegna due figure antropomorfe di cui una è una divinità, come testimonia il copricapo cornuto. I due soggetti si fronteggiano tendendo una mano alla base di un albero composto da sette braccia e da due frutti sottostanti. Alla spalle della figura di sinistra, dalle sembianze femminili, si innalza un serpente con la testa rivolta verso la donna. Gli elementi presenti in questa impronta sono, quindi, l’albero, i frutti, l’uomo, la donna e il serpente. Questi particolari hanno fatto sì che, a seguito dell’elaborazione a favore della veridicità assoluta dei racconti della Bibbia da una parte, contro l’originalità e l’azione ispiratrice dei racconti sumeri, dall’altra, si sia troppo spesso giunti alla conclusione univoca che tale riproduzione rappresentasse la tentazione di Eva da parte del diavolo/serpente nel Giardino dell’Eden. Uno dei primi, se non il primo, fu lo stesso George Smith, lo scopritore e traduttore dell’Epopea di Gilgamesh[1], che nel 1875 battezzò lo stampo in questione con il titolo indicativo di “Peccato originale”.

Ma le cose, se valutate con più attenzione, assumono un significato diverso. Innanzitutto, al tempo dei Sumeri, la simbologia del serpente era tutt’altro che negativa. Essa simboleggiava la potenza benefica, la conoscenza, il segreto o il detentore dei segreti: ben 7000 anni prima della stesura della Bibbia, l’ofide era una divinità venerata nel Levante. L’eccezionale caratteristica di mutar la pelle, con la conseguenza di tornare “a nuova vita”, ha fatto guadagnare al serpente l’attributo di signore del mistero della rinascita

L’albero a sette braccia, poi, non ha nulla a che vedere con la nota Menorah biblica voluta da Dio come ci arriva dall’Antico Testamento (Esodo 25, 31-40); le due cose sono temporalmente molto distanti fra loro, si parla di oltre 1500 anni. Piuttosto, sia nel linguaggio che nelle rappresentazioni iconografiche sumero-accadiche, il “sette” sta a significare un numero indeterminato, o una grande quantità[2]. Nel particolare riportato nel sigillo, l’albero sta ad indicare una grande palma di datteri con in bella vista i frutti pronti per essere colti, rappresentazione iconografica stante a simboleggiare la conoscenza[3].

Ma per chiudere definitivamente l’argomento, in tutta la letteratura accadica conosciuta non esiste alcun testo che faccia riferimento al “peccato originale”, tanto meno a un malvagio serpente tentatore[4].

 

 

(tratto da “Schiavi degli Dei” – (c) Biagio Russo 2009 – 2010)

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[1] G. Smith, Chaldean account of Genesis, p. 91, Londra 1875.

[2] .G. Furlani, Riti Babilonesi e Assiri, p. 102  Istituto delle edizioni accademiche, Udine 1940.

[3] R. Graves e R. Patai, I miti ebraici, p. 94, Genesis Rabba, midrash sul libro della Genesi, da Longanesi & C., Milano 1980.

[4]  I. Testa Bappenheim – F. Lampugnani, Bibbia e… p. 66, op. cit.

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